Ad aprile è nata Giulia Emilia-Romagna, il coordinamento regionale della rete delle giornaliste unite, libere e autonome.

Forse vi sarà già capitato di leggere di loro a riguardo della questione del manifesto delle piscine Sogese, prima uscita pubblica del gruppo. Ma che cos’altro fa Giulia? E quali sono le sfide che deve affrontare il giornalismo delle donne e sulle donne in Italia?

Ce ne parla Mara Cinquepalmi, giornalista e blogger, nonché membro di Giulia Emilia-Romagna recentemente eletta all’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna.

Raccontaci un po’ di Giulia Emilia-Romagna: da chi è composto il gruppo? Come è nato?

Al momento nella nostra Regione hanno aderito oltre 30 giornaliste. Giulia ER nasce ad inizio aprile ed è il coordinamento regionale della rete delle GIornaliste Unite, LIbere e Autonome.

Giulia Emilia-Romagna, condividendo il manifesto nazionale, ha sostenuto le giornaliste candidate alle recenti elezioni degli organi di categoria, è impegnata a promuovere la formazione di genere, a diffondere la cultura di un linguaggio non discriminante e a valorizzare le nuove professionalità.

Nata nel 2011, la rete Giulia lavora per un’informazione che non veicoli stereotipi offensivi per le donne, agisce per ottenere l’equa rappresentanza delle donne nelle istituzioni e l’equa rappresentanza delle giornaliste in tutti i nostri organismi di categoria. In questi anni Giulia, che conta sull’adesione di oltre 700 giornaliste, si è impegnata nella protesta contro la legge bavaglio, nella proposta degli Stati Generali del precariato, ed ha avuto una attenzione costante per l’attualità, dai gravi fatti di cronaca al linguaggio usato nei social media.

Giulia Emilia-Romagna è su Facebook. Per ricevere informazioni e per scriverci la mail è giuliaemiliaromagna@gmail.com.

Il logo di Giulia – Illustrazione di Marcella Brancaforte

Quali sono gli aspetti positivi e negativi di essere una giornalista donna in Italia?

Non sarei così drastica, però i numeri possono aiutarci ad inquadrare la questione. Monia Azzalini ha curato da poco la ricerca “Chi fa (la) notizia in Europa” per l’Oerg (Osservatorio europeo sulle rappresentanza di genere, che cura un monitoraggio permanente sulla visibilità delle donne e degli uomini in 15 testate giornalistiche di Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Spagna). Da questa analisi risulta che nel 47% dei casi i TG sono condotti da donne e in Italia la percentuale arriva al 58%. Così come sono numerose le giornaliste corrispondenti e/o autrici di servizi: il 49% il dato complessivo, il 48% quello che riguarda il nostro Paese. Qui parliamo di visibilità delle giornaliste (in video, in voce e/o firmatarie di servizi), e non di composizione delle redazioni. A questo proposito nel 2011 il Comitato Pari Opportunità della Federazione Nazionale della Stampa Italia, sulla base dei dati Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti, ha svolto una rilevazione. Risulta che le giornaliste sono il 37,7% degli iscritti all’Inpgi, ma il 46,9% dei disoccupati, in poche sono direttori (20,27%), inviati (24,65%), vice direttori (15,65%), pochissime quelle hanno la qualifica di cineoperatori (0,52%), lavorano soprattutto nelle emittenti radiotelevisive locali e negli uffici stampa.

Di recente, invece, la collega Maria Teresa Manuelli di Giulia Lombardia ha curato un’indagine sulla difficoltà di essere giornaliste in Lombardia.

Infine, vorrei soffermarmi su un altro aspetto. Qualche settimana fa la nostra categoria è stata chiamata al voto per il rinnovo dei consigli regionali e nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Da una mia ricerca risulta che nell’ultimo triennio (2010-2013) su venti Consigli regionali soltanto due sono stati guidati da un presidente donna. Un po’ più alta la presenza, invece, di donne che hanno ricoperto la carica di vice presidente: 5 su 20. Il vertice del Consiglio nazionale ed il collegio dei revisori dei conti non registravano presenze femminili. C’erano soltanto due donne su 5 componenti del Comitato esecutivo. Questi sono soltanto alcuni dati che restituiscono uno spaccato della nostra presenza nel nostro organo di autogoverno.

In che modo Giulia si propone di migliorare la percezione e la rappresentazione delle donne nei media e nella società?

Uno dei nostri obiettivi è lavorare sulla formazione di colleghe e colleghi. Come giornaliste abbiamo una responsabilità non da poco verso noi stessi in quanto professionisti e verso i lettori. Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti. Ecco, quando trattiamo argomenti come ad esempio la violenza o il femminicidio, non possiamo permetterci leggerezza. Le parole vanno usate bene, con appropriatezza.

In che modo possiamo noi contribuire ad aumentare la sensibilità e l’attenzione sulle tematiche di genere?

Facendo rete, scambiandoci esperienze. In queste settimane stiamo scrivendo alle Istituzioni del territorio e alle associazioni che si occupano di questioni di genere per confrontarci, per creare i presupposti per una reciproca collaborazione. Vogliamo un cambiamento culturale nel nostro Paese e vogliamo che la cultura di genere diventi la regola, non più l’eccezione. Abbiamo bisogno di tutte e di tutti, di voi GGD, ad esempio, che promuovete la cultura di genere nel campo delle nuove tecnologie.

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