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Nella mia vita quotidiana disegno siti web e app. Tutti i giorni per farlo al meglio mi chiedo che cosa farei se fossi un utente medio, cosa mi aspetterei di trovare, come vorrei reperire le informazioni di cui ho bisogno. Sono convinta da quando ancora non avevo mai sentito parlare di “user experience” che un sito web sia una storia, un racconto interattivo di immagini, parole e pulsanti con il quale l’utente si confronta. Negli ultimi anni l’argomento è diventato così importante per me da spingermi in continuazione a leggere, aggiornarmi e cercare di carpire segreti da chi ne sa molto più di me, con lo scopo di migliorare l’esperienza degli utenti in termini di qualità ed interazione, cercando di comprendere i comportamenti dei consumatori, i loro bisogni e le loro motivazioni.
Quando ho scoperto che al Working capital si sarebbe svolta la Bologna Service Jam mi è sembrata l’occasione perfetta per confrontarmi con altri professionisti sul tema della progettazione. Quindi ho passato 48 ore intense a pensare, parlare, progettare e infine prototipare un servizio, definendo un target, una o differenti modalità di interazione, testando il risultato finale scoprendo modalità nuove e strumenti davvero interessanti.
In una parola ho scoperto il Service design.

Ho deciso di parlarne con una specialista nonché un’amica Valeria Adani che ci ha assistito durante la Bologna service Jam con il suo entusiasmo nonché con il suo forte appeal, perché non è un argomento, come può sembrare dall’introduzione, solo per designer o per professionisti del web, tutt’altro.

Il service design può e deve essere applicato a qualsiasi servizio progettato per un utente, l’offerta aziendale o istituzionale per esempio può essere pensata dal punto di vista dello user. Lo scopo delle metodologie del service design è di progettare seguendo i bisogni dei consumatori o dei partecipanti, in modo da rendere il servizio user friendly, significativo per i consumatori quindi competitivo. Credo che oggi più che mai sia fondamentale per qualsiasi realtà, piccola e grande, dalla start-up alla piccola azienda, a chiunque si propone sul mercato come libero professionista, mettere al centro del suo “servizio” l’utente e i suoi bisogni per distinguersi sul mercato offrendo qalcosa di “diverso”.

Quindi ricapitolando ovunque ci sia un utente da soddisfare: ecco qua che la progettazione si può affrontare passando dalla dialettica dell “fornitore-utente” a quella “utenti-utenti” sempre e rigorosamente incentrata intorno alle esigenze dell’utente.
Prima di iniziare questo video ci racconta molto

Ciao Valeria cosa fai nella vita?
Ciao! Nella vita sono assistente di ricerca al Dipartimento di Scienze e Metodi dell’Ingegneria dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Metto sempre in chiaro: non sono un’ingegnere, bensì una designer, per essere precisi una service designer: mi occupo di progettare, testare e implementare servizi.

Ci dici cos’è il service design per te?
Quando cerco di spiegare il service design utilizzo sempre questo esempio: se devo andare da un punto A a un punto B, diciamo da casa mia al mio posto di lavoro non necessito per forza di un’automobile.

Magari potrebbe servirmi un taxi, una bici del bikesharing o magari un’app che mi dice che la mia vicina di casa sta andando nella stessa direzione… quello di cui ho bisogno insomma è “qualcosa” che soddisfi il mio bisogno di mobilità.

Il service design per me è proprio questo: progettare pensando ai bisogni e non alle soluzioni,

progettare pensando all’utente, alle sue esigenze, e al contesto d’uso progettando sistemi ed esperienze possibilmente più sostenibili a livello ambientale, economico, sociale e culturale. Per una definizione pià canonica comunque vi consiglio di dare un’occhiata a www.service-design-network.org

Come si istruiscono le istituzioni o le grandi aziende che creano servizi a credere che il passaggio dal design dei servizi tradizionali a quello dei servizi collaborativi sia la scelta giusta?
Per essere sinceri la cosa più difficile è far capire a istituzioni e aziende che esiste la necessità di progettare servizi: spesso l’erogazione di servizi è legata a prassi in uso da anni, che nessuno ha mai analizzato o men che meno progettato; il più delle volte i servizi sono infatti il frutto di processi organizzativi e aziendali che non prendono minimamente in conto le esigenze dell’utente.

Per semplificare a volte faccio questo esempio, pensiamo ai servizi di taxi tradizionali a confronto con un servizio come Uber:a prescindere dall’innovazione tecnologica legata all’utilizzo delle tecnologie mobile quello che Uber ha fatto è ripensare il paradigma del servizio di auto a noleggio, costruendo un servizio intorno alle esigenze delle persone, cittadini urbani costantemente connessi, con esigenze di mobilità frammentate e dinamiche.

La mia sfida come service designer è quella di promuovere il cambiamento organizzativo e culturale di aziende e istituzioni promuovendo la cultura della progettazione dei servizi e l’approccio humancentred.
L’azienda/istituzione deve imparare a progettare con l’utente e non solo per l’utente e facilitare le collaborazioni creative, costruire vision e scenari futuri comuni, connettere le persone e progettare e prototipare servizi condivisi.

Descrivici il tuo lavoro in concreto
Sono abbastanza fortunata e posso dire che il mio lavoro non è nè monotono nè lineare, anzi…ogni giorno è una sorpresa!

Lavorando con diverse organizzazioni e contesti il processo progettuale viene adattato alle specifiche esigenze dell’interlocutore del momento.
Sicuramente alcune fasi sono fondamentali:

Si parte dall’osservazione e dall’immersione nel contesto, fase in cui si cerca di capire e analizzare le specificità del progetto: gli ambienti e i prodotti che vengono usati, le interazioni che intercorrono tra i diversi attori, le abitudini e le prassi in uso nell’erogazione e nella fruizione del servizio.

Nello stesso momento si svolgono tutte le varie attività che hanno lo scopo di identificare i bisogni degli utenti finali: si va dalle interviste allo “shadowing”, in cui si segue come un’ombra l’utente nello svoglimento delle sue attività quotidiane.

Per esempio per la mia tesi di laurea, uno studio sull’utilizzo delle tecnologie mobile per l’educazione nella popolazione migrante cinese, ho passato due settimane nelle cucine dei peggiori ristoranti di Shanghai per osservare come giovani camerieri e cuochi utilizzassero i loro telefoni nel tempo libero.

Lo ammetto, questa è la fase che mi piace di più perchè ogni volta mi sembra di riscoprire il mondo con occhi nuovi…

A valle di questa prima macro fase si cerca di trovare il giusto match tra le possibilità e le risorse dell’azienda e i bisogni dell’utente e si inizia a progettare il servizio utilizzando strumenti quali le mappe di sistema, le customer journey e le personas: strumenti a supporto del disegno dei processi e delle interazioni alla base del servizio che si sta andando a progettare.

Nel momento in cui si progetta l’architettura del servizio si vanno a identificare i touchpoints, ovvero i punti di interazione tra l’utente e il servizio: siano essi un sito, un flyer o un help desk
Infine la fase di test, infatti progettazione di servizi non è lineare:

ogni volta che si progetta un elemento o un nuovo processo è necessario infatti prototiparlo e testarlo, andare a controllare misurare se il servizio che stiamo progettando soddisfa le aspettative dell’utente o se il processo che si è pensato si integra con le attività dell’azienda/istituzione.

Per chi volesse approfondire la bibbia This is Service Design scritto e ideato da 23 designer europei, creato usando gli stessi approcci co-creativi e user-centered.

Buona progettazione a tutti!

La #GGDBO14 è ormai alle porte: ancora un solo giorno e poi ci vedremo tutti da Working Capital per dare vita a questo evento che speriamo vi appassioni, come succede a noi. Abbiamo il piacere oggi di presentarvi 3 Speaker che ci raggiungeranno da Bari e di questo siamo grate e fiere. Abbiamo letto di loro tempo fa su We 4 Italy, le abbiamo cercate, rintracciate e saranno con noi sabato per condividere con noi il loro grande sogno: digitalizzare l’artigianato Pugliese. A voi ADDLab

Foto 11-01-14 21 13 42Ci raccontate in breve chi siete?

Anna Lisa, Graziana e Nicoletta. Tre architetti impegnati “tra città e cucchiaio” che pongono al centro della propria ricerca l’uomo, lo spazio in cui si muove, gli oggetti con cui dialoga e si relaziona. Ci siamo conosciute alla Facoltà di Architettura di Bari e da allora le nostre strade si sono incrociate svariate volte, causa interessi e ricerche comuni nel campo della architettura, del design, della sostenibilità sociale ed ambientale, della fotografia, fino alla realizzazione insieme del nostro progetto più ambizioso, ADDLab.

Cos’è e come nasce ADDLab?

Per deformazione professionale siamo appassionate di design e di comunicazione, da sempre interessate alle nuove tecnologie e all’innovazione. Per questo motivo abbiamo deciso di investire le nostre risorse ed energie in un’idea di impresa innovativa legata ad un nuovo modo di concepire e fare design. È l’idea di rigenerare il modo di produrre oggetti di design, massima espressione della manualità dell’uomo e la necessità di andare incontro alle esigenze di creare forme complesse ma con processi di progettazione e produzione più snelli che ha portato alla nascita di ADDLab. Si tratta di una startup innovativa che avvalendosi dell’uso di nuove tecnologie digitali, in particolare il 3D printing, vuole riportare il design italiano alla ribalta nel panorama nazionale, in primo luogo, e poi anche europeo ed internazionale, riducendo il gap tecnologico e culturale tra chi progetta e chi produce.
La nostra startup nasce sull’onda favorevole che l’artigianato digitale sta attraversando: c’è sempre più fermento e nuove iniziative nascono intorno a questo tema conquistando l’interesse di creativi, addetti al settore o semplici appassionati. Questo clima di cambiamento e innovazione ha rappresentato un’opportunità per la nascita del nostro progetto che punta alla diffusione dell’uso di tecnologie ad un numero sempre più alto di persone coinvolgendo anche chi fino a questo momento ha guardato questo fenomeno definito ‘Terza Rivoluzione Industriale’ come semplice spettatore perché in zone più periferiche e lontane dai tradizionali centri di sviluppo della filosofia maker (Torino, Milano, Roma).

Perché tre donne pugliesi intraprendono la strada dell’e-making?

Perché in questo periodo di crisi economica, di cui si parla tanto, siamo consapevoli che i settori tradizionali di nostra competenza sono ormai saturi e in stallo. Allora ci siamo chieste come poter superare questa situazione pur rimanendo radicate a quelle che sono le nostre capacità e le nostre passioni. La risposta l’abbiamo trovata dando uno sguardo a quello che avveniva a livello europeo e che si stava pian piano diffondendo anche da noi in Italia coinvolgendo dapprima i grandi centri culturali: la diffusione del fenomeno dei makers!
Il nostro contributo sarà quello di dimostrare come tradizione e innovazione sono due facce della stessa medaglia e come l’una non implica l’esclusione dell’altra. Veniamo dalla Puglia, dove siamo abituati a ‘mettere le mani in pasta’, dove il valore aggiunto del prodotto è la centralità dell’uomo, del suo saper fare che viene tramandato da una generazione all’altra, una terra che però non si chiude a guscio nel suo passato ma spalanca le porte all’innovazione rappresentata dalla forza e spirito di iniziativa dei più giovani.
Perché 3 donne intraprendono la strada dell’e-making? Perché prima della nostra appartenenza al genere femminile viene il fatto chesiamo 3 amiche, con interessi comuni e con la voglia di cambiare il modo di concepire il progetto e la produzione di un oggetto. È stato solo in seguito, dopo l’uscita di alcuni articoli in cui si parlava della nostra storia, che ci siamo rese conto di come il focus era rivolto non tanto sulla nostra idea di business ma sul fatto che veniva realizzata una startup sul tema del 3D printing da un gruppo di sole donne. In effetti, se ci riflettiamo un po’ su, notiamo come questo settore è di prerogativa maschile, dove le donne occupano una porzione ridotta. Ma questo non ci spaventa: è una delle tante sfide che siamo disposte a intraprendere perché siamo certe che il successo non dipende dal fatto che sei uomo o sei donna ma dalle proprie capacità!

Nuove tecnologie, artigianato e made in italy, come questi tre elementi si coniugano in un progetto vincente per il sud e per il futuro del paese?

Durante gli anni sessanta, gli anni d’oro dell’economia italiana, all’interno di ogni azienda vi era sempre il settore sviluppo nel quale le idee, prima solamente immaginate, prendevano forma attraverso le mani sapienti e creative dei produttori di prototipi. In questi ambiti è nato il grande design che tutto il mondo ha imparato ad amare e che oggi riconosciamo come prodotto del ‘Made in Italy’.
Quando ci sediamo a tavola, spesso lo facciamo per assaporare pure creazioni di sapere artigianale che si lascia consumare senza alcun rumore. E anche quello è un prodotto del ‘Made in Italy’.
Nell’ammirare una piazza, siamo rapiti dalla giustezza delle sue proporzioni, dall’esattezza della luce, dall’atmosfera piacevole e rassicurante paragonabile ad un rifugio domestico. Un altro prodotto del ’Made in Italy’.
Quello che accomuna tutti questi esempi di grande fascino italiano, dalle orecchiette alla Ferrari è questa capacità nel saper comporre le cose, nell’usare la tecnologia e l’arte e la storia in una fusione sempre nuova ed incredibile: si pensi alle opere di Mendini o di Sottssas.
Il nostro è un saper fare silenzioso, a volte dolce, a volte ruvido.
Che ti sa conquistare con la sua innata verità. È un vanto, un orgoglio sopito, che emerge solo quando ti manca o solo quando viene sminuito. Vogliamo difenderlo, vogliamo proteggerlo, perché abbiamo paura che la sua fine sia anche la nostra fine. È un’attitudine trasversale, con diversificazioni regionali (addirittura cittadine), ma che ci collega in ogni parte d’Italia. La questione non è il sud.
Non ci siamo non perché vorremmo esserci, ma perché ci siamo già dentro, da sempre.
Stiamo solo provando ad interpretare lo spirito nuovo della gente che fa, con sapienza.

Cosa vi distingue da altre realtà simili che stanno nascendo?

L’offerta di servizi propria di una start-up impiegata nell’ambito della prototipazione sarà completata e potenziata con la ricerca inerente i temi del design e della forma. Vogliamo studiare in maniera approfondita le possibilità scaturite dal potenziamento di un modo di fare tradizionale con tecniche digitali.
Vorremmo diventare un punto di riferimento per i giovani makers della terra di Bari per riuscire a diventare una fabbrica di creatività che speriamo possa scaturire in un futuro prossimo in un vero e proprio Fablab grazie alla voglia di fare rete e di condividere le proprie esperienze e saper fare.

Di cosa parlerete a GGDB014?

Parleremo della nostra storia giovane, dei nostri progetti, delle opportunità che vogliamo cogliere, delle sfide che si presentano ogni volta che si intraprende una nuova idea e di come intendiamo affrontarle. Proveremo a raccontarvi la nostra voglia di imparare da chi, come voi, si sta impegnando per raggiungere un obiettivo ambizioso.

Ragazze grazie per la grinta e l’energia che ci avete trasmesso con questa intervista. Siamo sicure che conoscervi e ascoltarvi dal vivo sarà ancora più travolgente. Se volete sapere di più su ADDLab venite alla GGDBO14 sabato 1 Marzo, l’appuntamento è per le 19.30 in via Oberdan 22 presso Working Capital.

Giulia
Come sapete mancano pochi giorni alla #GGDBO14 che si terrà il 1 marzo presso
Working Capital Bologna e che avrà come tema nuove makers, stampa 3D e nuove professioni legate all’applicazione delle nuove tecnologie al settore manifatturiero ed industriale. In questo panorama non poteva mancare una donna proveniente dal Fab Lab di Reggio Emilia: oggi intervistiamo Giulia Morselli giovane designer reggiana che grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie applicate all’artigianato artistico si è aggiudicata la vittoria di un bando e sta portando avanti un progetto molto creativo.

Ciao Giulia, presentati

Ciao, sono Giulia Morselli, vivo e lavoro a Reggio Emilia e mi divido tra il mestiere di insegnante di disegno e progettazione al liceo artistico e la costruzione di un marchio di design, di cui vi parlerò…!

Cosa vuol dire essere artigiana nel 2014?

Bella domanda! Vuol dire innanzitutto confrontarsi con nuovi processi creativi e le nuove tecnologie di produzione
che cambiano in continuazione: tu puoi e devi cambiare con loro… Perché questo non è un limite o una sfida di cui aver paura ma una grande opportunità.

In che modo le nuove tecnologie hanno cambiato il tuo modo di lavorare e il tuo approccio creativo?

Ho sempre pensato, schizzato, progettato servendomi del disegno a mano libera e di modelli di studio “hand made”: le nuove tecnologie hanno reso più sistematico il mio processo creativo e progettuale e soprattutto hanno reso il mio lavoro riproducibile, permettendomi di avvicinarlo al mondo dell’industria… ma senza perdere il suo sapore artigianale. Per me la tecnologia è un mezzo vitale di espressione ma non un fine.

Stiamo vivendo le 4a rivoluzione industriale ed è bellissimo farne parte, quali sono le opportunità da cogliere in questo momento?

Tantissime: oggi abbiamo a disposizione tecnologie di produzione che permettono a chiunque di esprimersi in un modo che fino a poco tempo fa era impensabile: le grandi industrie avevano una specie di monopolio della produzione seriale e della riproducibilità. Adesso il singolo è più vicino a tutto questo! Credo quindi che il massimo beneficio, su larga scala, sia proprio la fioritura di nuovi talenti, piccoli produttori, con i background più svariati, che avranno la possibilità di sperimentare grazie ai FabLab le potenzialità ma anche i limiti dei propri progetti.

Giulia Morselli_PupinaGiulia Morselli_Bijoux

 

L’ambiente degli e-makers, come tutti gli ambienti tecnologici pare sia un ambiente molto maschile, è davvero così?

Dipende: al FabLab di Reggio Emilia ho conosciuti molti uomini ma anche tante donne creative e operative: gli uomini sembrano più propensi a lavorare sulla modellazione e stampa tridimensionale di oggetti e sulla automatizzazione dei prototipi con ArduinoLe donne che ho conosciuto lavorano sulla sperimentazione dei materiali, per l’artigianato, il fashion design e il product design ma il coinvolgimento emotivo è lo stesso. Non saprei dire se su scala nazionale il quadro sia differente ma credo che se le donne continueranno a promuovere il proprio talento e a credere nelle proprie capacità e sensibilità non ci vorrà molto tempo per mettersi in pari

Di cosa ci parlerai alla #GGDBO14?

Di Drif Draf: un progetto con cui ho conquistato il primo posto alla selezione indetta dal bando “Creatività e Imprenditoria” promosso dal Comune e dalla Provincia di Reggio Emilia e con cui sto costruendo un marchio di artigianato…digitale!

Non vediamo l’ora di conoscere meglio Giulia e il progetto; nonchè di ammirare i suoi prodotti dal vivo alla GGDBO14 vi ricordiamo che per partecipare è necessario iscriversi a questo link!

ImmagineLinkedinIn attesa della #GGDBO14 che, vi ricordiamo si terrà il 1 Marzo presso Working Capital Bologna, conosciamo meglio le speaker che si susseguiranno durante la serata.

Oggi vi presentiamo Alessia Edifizi che lavora i DWS Systems e si occupa di proprietà industriale e brevetti.

Ciao Alessia, chi sei e cosa fai in DWS?

 

 

Sono Alessia Edifizi, fisica, e in DWS mi occupo di Proprietà IndustrialePI (brevetti, marchi, design, copyright…) e innovazione.

Me ne sono occupata per molti anni dando informazioni alle aziende e formando numerose persone sui vari temi della PI e dei metodi per l’innovazione aziendale. Sono approdata in DWS, dove sto dando concretezza alla mia esperienza e al mio know-how.

PI e Innovazione sono temi di cui spesso si parla in modo approssimato e per questo molto temuti: e a chi è convinto che non siano adatti al tessuto industriale italiano perché basato sulle micro e PMI, chiedo di lanciare uno sguardo curioso nei piccoli Paesi dell’est asiatico, dove la proprietà industriale dà forza a piccolissime aziende che si sono lasciate affascinare dall’innovazione sistematica.

La diffusione della stampa 3D deve la sua fortuna e la sua esplosione grazie ad un brevetto scaduto nel 2009 e a febbraio 2014 con lo scadere dei diritti su laser sintering”ci sarà una ulteriore innovazione tecnologica nel settore, come il tuo lavoro convive con questi presupposti?

Il termine “stampa 3D” coinvolge una tale quantità di tecnologie da far perdere un po’ il senso dell’orientamento.

Possiamo chiamare 3D printing sia la sinterizzazione, che la tecnica “jet” oppure la stereolitografia, e molto altro.

Tutte queste tecnologie hanno un comune denominatore: il desiderio di trovare tecniche nuove e sempre più efficaci per la realizzazione di oggetti.

Questa tensione verso il nuovo è propriola filosofia che sta alla base del brevetto.

Il brevetto nasce per essere superato, dunque è uno strumento che tutela gli investimenti in innovazione, e deve essere sentito come una leva che sollevi nuovi quesiti, nuove soluzioni.

I brevetti scaduti, qualsiasi sia il motivo, possono lasciare aperte le porte a chi ha forza commerciale e non può investire in innovazione: a volte la giusta idea in mani giuste può creare opportunità commerciali notevoli.

Possono dare anche fiato all’innovazione incrementale, cioè un’innovazione che “migliora” processi e prodotti già brevettati o comunque già in uso. Il concetto di ruota, nel trasporto su terra, sopravvive dopo millenni. Ma ci sono multinazionali che depositano numerosi brevetti su pneumatici per automobili.

Le aziende più innovation-addicted hanno però la tendenza addirittura a superare i propri brevetti, innovando continuamente e lasciando le vecchie idee velocemente alla storia …

L’azienda innovativa non teme lo scadere dei diritti di un proprio brevetto, e non teme che lo scadere di monopoli altrui faccia esplodere il mercato per altre vie sottraendolo alle proprie.

Spesso nel corso dell’ultimo secolo la tecnologia si trovò di fronte a bivi importanti: il VHS, il DOS e molti altri sistemi dilagarono nel mercato a scapito di altri, magari altrettanto validi, ma che furono introdotti in tempi o modi diversi. Fa parte del gioco, ed è compito della Competitive Intelligence tentare di fiutare la strada giusta. E’ importante saper prendere le decisioni giuste sulla base di analisi e dati.

Le varie tecnologie 3D hanno intrinsecamente mercati di riferimento diversi, dunque c’è spazio per il nuovo. Sempre e comunque!

Come è cambiato l’approccio ai brevetti industriali da quando Internet ha velocizzato la produzione/circolazione di idee?

Con Internet l’approccio ai brevetti si è avvicinato al loro significato intrinseco. Il brevetto nasce come un patto tra le aziende e la società civile: io azienda investo molto in ricerca e sviluppo e pretendo per questo un monopolio (limitato nel tempo e nel territorio). In cambio, dopo un breve periodo pensato per difendere le piccolissime aziende, divulgo tutto ciò che so in un testo su cui tutti al mondo possono studiare per capire le mie soluzioni e… superarle!

Prima dell’avvento di Internet i documenti brevettuali erano però di difficile reperimento, e solo poche persone specializzate ne sapevano trarre informazioni tecniche.

La rete ha reso davvero pubbliche le banche dati, e gli Enti più lungimiranti hanno fatto molto di più creando banche dati online ad accesso gratuito, che raccolgono non solo i dati già posseduti, ma provenienti anche da altre banche dati di altri Enti. In questo modo l’azienda accorta ha la possibilità di capire per ogni settore tecnologico a che punto si è nel mondo.

E’ possibile addirittura creare dei trend per capire le evoluzioni della tecnica nel tempo. Basta essere sufficientemente curiosi per ottenere da un set di dati accurate analisi su cui costruire le proprie decisioni.

L’informazione tecnica di altissimo livello diventa disponibile a chiunque abbia una connessione internet, non serve nemmeno registrarsi. E su di essa, sulla conoscenza, si può costruire innovazione.

E’ importante proteggere i prototipi?

E’ importante non lasciare nulla al caso: sia l’aspetto esteriore, qualora sia nuovo, che le novità tecniche introdotte con la propria macchina sono la concrezione del sapere e degli investimenti aziendali (anche del singolo inventore), per cui una sana difesa della propria storia è un fatto positivo. L’entusiasmo di mostrare al mondo il proprio ritrovato deve essere sostenuto in modo appropriato, per consentire all’innovazione di trovare sempre terreno fertile.

Come rispondi a chi dice che i brevetti sono “innovation-killer”?

Rispondo che solo la pigrizia è il vero temibile “innovation-killer“. L’entusiasmo per il futuro e la fiducia nelle proprie capacità e competenze è la chiave di volta su cui costruire il nuovo. Molto è stato detto e scritto al riguardo, dunque lancio solo qualche provocazione che possa far riflettere, e sperare. Intanto consideriamo una definizioni di innovazione: pragmaticamente è quell’invenzione che produce ricavi, che entra nel mercato e lo trasforma. I superconduttori sono stati una grande scoperta, ma non hanno portato nel mercato il medesimo terremoto dell’avvento dei microchip.

Come si innova? Studiando tanto, approfondendo e allargando le proprie competenze, non tralasciando nulla al caso e accettando la sfida delle trasversalità (quanti sorrisi quando si diffuse il termine meccatronica!) con curiosità e passione per il nuovo mai sminuita.

E facendo tanti test: persino Galileo fece prove su prove per trovare la legge matematica che stava sotto ai risultati. E dunque investendo tanto tempo e denaro. Non possiamo nascondere che un qualsiasi esperimento che coinvolga tecnologie avanzate costa davvero molto. In certi settori l’impegno economico di un anno di lavoro è impressionante, pensiamo alla sola strumentazione di misura.

Tutto questo è un impegno che una piccola azienda ha bisogno di proteggere: è un investimento intangibile, non ha né ruote né mattoni né circuiti. E’ know-how. E così nasce il concetto di brevetto, che ha radici antiche, nella Repubblica della Serenissima: è un patto con la società e come ogni patto ha molti aspetti. E’ un terreno a volte duro ma che può dare molta energia all’azienda innovatrice. Teniamo presente che i brevetti diventano pubblici dopo 18 mesi, e da essi possiamo imparare moltissimo. I brevettisono testi che descrivono le soluzioni adottate per superare un ostacolo tecnico. Sono libri di testo che raccontano tutte le tecnologie che si diffondono nel mercato e anche quelle rimaste nel cassetto. Idee che possono essere valorizzate e –si spera- superate!

Di cosa parlerai alla GGDBO14?

Mi piacerebbe essere sommersa di domande: per chi si occupa di innovazione è la più entusiasmante delle melodie.

Partirò parlando di cosa sia la PI in generale e la PI nel 3D printing, ma spero di non poter seguire le slide e di perdere presto il filo del discorso.

Se come noi non vedete l’ora di ascoltare dal vivo Alessia Edifizi correte ad iscrivervi alla GGDBO14 a questo link sono rimasti pochi posti!

 

 

chiarap-netthecity2Un luogo di scambio del sapere, di incontro di esigenze, uno spazio in cui tecnologia e artigianato convergono, in cui la logica DIY la fa da padrone, un contenitore per sogni non realizzati in cui trovare qualcuno che può aiutarti a costruirli. Pensate ad un Olimpo in cui dei e umani vivono serenamente e sgorga ambrosia dai fiumi? No è MakeinBo ed è in piazza dei Colori a Bologna.
MakeinBo è un Fablab in cui si incontrano persone con professionalità differenti che hanno voglia di mettersi in gioco, per smetterla di coltivare il proprio orticello e farne un campo da far germogliare insieme. Gli associati sono al momento una cinquantina e provengono dai campi più distanti, infatti si va dal mondo dell’elettronica e dell’informatica, passando per arte e architettura, fino alla musica e al design con un unico obbiettivo comune: portare a Bologna la cultura maker.
Abbiamo incontrato Andrea Melò uno dei fondatori che ci ha parlato un po’ del progetto.

Come vi siete incontrati e come vi è venuta l’idea del fablab?

A partire dal 2012 alcuni di noi già facevano parte di un gruppo, a luglio 2013 abbiamo vinto IncrediBol!, il bando volto a favorire l’innovazione nel settore culturale e creativo che ci ha dato una sede e dei finanziamenti. L’intento dell’associazione è quello di diffondere la cultura della digital fabrication, infatti MakeinBo agisce su doppio binario: interesse all’artigianato e a tutte le tecnologie digitali. È un vero e proprio spazio-officina attrezzato e aperto a tutti in cui apprendere, progettare e costruire oggetti di ogni tipo con una logica collaborativa. Quello che facciamo è educazione in rete, alfabetizzazione a scuola sia per insegnanti che per studenti, workshop introduttivi in cui esponiamo le potenzialità e i limiti di ogni mezzo e tecnica. Alcuni esempi sono i workshop di Arduino piattaforma di prototipazione elettronica open-source che può essere applicata in diversi campi piuttosto che corsi di interaction disegn, disegno parametrico e corsi più ‘classici’ come quello di creazione gioielli con la tecnica della cera persa. I corsi hanno costi popolari e sono introduttivi alla materia poi chi viene qui da noi, se socio, può accedere ai macchinari rispettando delle semplici regole d’utilizzo e prenotando le postazioni così da poter utilizzare autonomamente i macchinari a disposizione oppure facendosi affiancare da qualcuno in modo da proseguire l’apprendimento.
Facciamo parte della rete nazionale di Make in Italy una rete di makers che come sapete è un movimento culturale che coniuga il tradizionale mondo del fai da te alla tecnologia a basso costo e accessibile a tutti.

Chi viene da voi?

L’utente tipo va dai 13 ai 60 anni proprio per la trasversalità dell’offerta che abbiamo. Viene gente che non ha concluso gli studi e vuole imparare qualcosa di nuovo, viene chi sa programmare ma non sa nulla di elettronica, viene gente interessata alla digital fabrication in generale o più semplicemente genitori che vorrebbero che i figli si avvicinassero a questo mondo e infine adolescenti curiosi. E’ un collettore per professionisti di varie tipologie e inizia anche ad essere un punto di riferimento per aziende che hanno progetti in un cassetto, ma che non hanno risorse interne che se ne occupano.

Tutti possono diventare makers?
Assolutamente si. Quella che chiamano la terza rivoluzione digitale, determinata dal fatto che la cultura digitale permea oramai ogni ambito anche quello della creazione degli oggetti avvenuta quando i software sono diventati semplici, accessibili a tutti e a costi contenuti ha dato il là alla possibilità di coinvolgere tutto il pubblico. Quindi chiunque se curioso è capace di relazionarsi con la tecnologia mettersi in rete e esprimere la sua creatività.

Abbiamo una palla di cristallo guardaci dentro e dimmi tra 5 anni quale sarà il panorama italiano.
Speriamo che si smetta di parlare solo di stampa 3D perchè c’è molto altro da scoprire nel mondo makers. L’augurio che ci facciamo è di diventare una vera e propria biblioteca della tecnologia e sensibilizzare Bologna ai temi della digital fabrication.

Quindi per tutti quelli che come me da piccoli sognavano di costruire cose e non hanno ancora smesso di farlo in più hanno voglia di imparare ‘sporcandosi le mani’ MakeinBo è il posto giusto.

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